Che succede a Lele Mora?

Dopo la separazione professionale da Simona Ventura, la punta di diamante della sua scuderia, le voci sulla presunta crisi di Lele Mora si fanno sempre più insistenti. Di sicuro il colpo inferto da SuperSimo al re Mida della tv non è stato dei più leggeri. Basta fare due conti: un agente prende il 20 per cento sui contratti dei suoi personaggi e che la Ventura valga milioni di euro l’anno, ormai è cosa nota. Per non parlare delle varie Brilli, Ferilli, Arcuri e Clerici le quali, anche se non viaggiano sulle cifre della Ventura, non sono comunque da meno. Se poi si tengono presenti anche i vari ex-tronisti Daniele Interrante, Costantino Vitagliano o Francesco Arca, vallette, showgirl, letterine, ereditiere, ex naufraghe e chi più ne ha più ne metta, non ci stupiamo se il patrimonio di Mora pare si aggiri sui 180 milioni di euro. Ma non è tutto oro quello che luccica. Nell’ultimo periodo si vocifera di ripetuti controlli della finanza alla Lele Mora Managment di Milano, dell’acquisto di un castello in Svizzera dove andare a ritirarsi entro il 2007, della vendita delle sue due ville in Sardegna e delle continue visite a Formentera, il nuovo futuro epicentro del gossip estivo. Interpellato dal settimanale Panorama, l’interessato smentisce il tutto, tergiversa, prende tempo. Ma l’argomento è troppo succoso… vi terremo aggiornati.
www.lelemora.com
da La Fenice
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di giorgia il 01/1/70
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novembre 12th, 2007 at 12:18
Obiettivamente, un’intervista difficile. Perché la figlia di Lele Mora è persona gentile, a modo, una vera antidiva, e però è impossibile non farle domande che rasentano la perfidia sul conto dell’illustre genitore, che dei divi è agente, angelo custode, a dir poco discusso padre padrone. Per di più alla vigilia del processo che lo vede accusato di essere non tanto protettore, quanto ricattatore dei vip, nella famosa vicenda di Vallettopoli (vedi box qui a lato). Scontato che Diana Mora parli bene di papà. Scontato che spari a zero su chi gli ha voltato le spalle, dopo averlo idolatrato per anni. Meno scontata la prova di venerazione/adorazione filiale, che potrebbe tranquillamente fruttare a «Mora» (come lo chiamano tutti in agenzia, a volte perfino suo figlio) il titolo di padre più fortunato d’Italia.
Diana, ti aspettavi la richiesta di rinvio a giudizio per tuo padre?
«Speravo che archiviassero subito tutto, ma non credo alla cattiveria dei magistrati: stanno solo facendo il loro lavoro. Piuttosto mi spaventa l’idea che possa ripartire la gogna mediatica sui giornali. E comunque ben venga il processo, sarà una liberazione. Prima finisce questa storia e meglio è».
Dicono che dal 6 dicembre in poi, giorno in cui l’inchiesta Vallettopoli è decollata, tu sia stata malissimo?
«È verissimo: prima sono molto dimagrita, poi sono stata male di stomaco e ho dovuto fare una cura specifica. Ma soprattutto ho sofferto per mia figlia Giulia, che ha dieci anni, e a volte mi ha visto piangere. Per di più andava a scuola e si sentiva dire dai suoi compagni: “Tuo nonno è in prigione”».
Il momento più brutto?
«Quando hanno arrestato Fabrizio Corona, in marzo. Mai pensato che venissero a prendere anche mio padre, ma lì ho visto che la faccenda prendeva una brutta piega. Quello a cui tengo di più è che il sogno di mio padre possa continuare e non svaniscano nel nulla trent’anni di lavoro. È riuscito a diventare Lele Mora con le sue gambe, con le sue spalle. Però quello dello spettacolo è un mondo di lupi e lui, come scherza sempre, sarà pure il capobranco, ma in ogni momento rischia di finire sbranato».
E se fosse colpevole, come reagiresti?
«Non lo so, te lo saprò dire nel momento in cui dovessero condannarlo. Nella vita, qualche piccolo sbaglio si può fare, ma far passare mio padre per un mostro è un delirio. Ai suoi personaggi, mio padre ha sempre fatto da mamma e da papà, perché la sua agenzia è la sua famiglia».
Un anno dopo, però, ci hanno rimesso anche i conti del gruppo e si parla di ricavi dimezzati. Da cinque anni, tu lavori con tuo padre, come stylist e come addetta stampa: hai paura di restare senza lavoro?
«Non esageriamo, però è vero che l’azienda di Lele Mora, nel suo insieme, ha avuto un calo del 50 per cento. Oggi come oggi stiamo risalendo e alla fine posso dire (e sperare) che tutto servirà a una salutare scrematura».
Ti riferisci anche ai vip che vi hanno lasciato? Chi ti ha deluso di più?
«Guarda, qui nessuno ha le catene e ognuno può decidere di andare per la sua strada quando vuole. Però dipende dal modo in cui lo fai. Qui ci sono almeno cinque o sei persone che sono entrate nella nostra famiglia, hanno mosso con noi i primi passi nel mondo dello spettacolo e poi se ne sono andate sbattendo la porta. E sono sicura che saranno le prime a tornare, con la loro faccia di bronzo, quando Vallettopoli sarà finita. Chi mi ha deluso di più? La Ribas: ci siamo abbracciate tante volte, lei mi diceva che eravamo la sua famiglia. Lavorava con me, con mio padre, con mio fratello e con mio marito. Non puoi andartene e poi sparare contro Lele Mora sui giornali, dicendo che non l’ha mai fatta lavorare. Per lei mio padre ha fatto perfino un servizio da copertina, dicendo: “Voglio un figlio con la Ribas”. Allora non sei coerente e vai dove tira il vento…».
C’è stato il diluvio delle accuse giudiziarie, ma non solo: da figlia, che effetto ti ha fatto sentir chiacchierare in pubblico delle tendenze omosessuali di tuo padre?
«Lui è pur sempre mio padre, ha una famiglia e non gli fa certo piacere che se ne parli. Dal canto mio, io non provo nessun imbarazzo: ognuno fa come vuole, la natura è natura… Quindi, dov’è il problema? Lui non poteva essere persona migliore. Piuttosto, mi piacerebbe che trovasse una sua stabilità sentimentale: tutti ne abbiamo bisogno. La sera, quando rientri a casa, davanti alla tv, hai bisogno di avere accanto una persona che ami, con cui ridere o piangere, indipendentemente dal sesso. Finora, però, non ha trovato la persona giusta».
Sembra impossibile farti parlare male di tuo padre…
«Io per mio padre ho un’autentica adorazione: è riuscito alla grande in tutto quello che ha fatto nella vita, compreso il miracolo di tenere unita la sua famiglia, nonostante la separazione da mia mamma, altra splendida persona. Quando ero piccola era un po’ assente, ma appena poteva stava con i suoi due figli. E si faceva sentire… Sulla scuola, per esempio, era molto severo: lui è sempre stato bravissimo e pretendeva lo stesso da noi. Ha fatto la scuola alberghiera e gli hanno offerto di insegnare da loro. Se io o mio fratello avevamo la febbre, o si arrivava a 39, o a scuola dovevamo andarci lo stesso. Per questo l’ho idealizzato come l’araba fenice, che risorge sempre dalle sue ceneri. Nell’89, fu peggio: papà finì in galera per tre mesi, accusato di procurare droga ai vip e in una città come Verona, un po’ chiusa e bigotta, lo scandalo fu superiore a quello di oggi. Ne è uscito più pulito di prima. E lo stesso accadrà oggi. Lui non scappa di fronte ai problemi, li affronta».
Meglio come padre o come cuoco?
«Domanda molto difficile, perché è un grandissimo cuoco. D’altronde, prima di fare l’agente dei vip, lavorava con mia madre in un ristorante. Ricordo ancora la volta che gli chiesi come fare lo spezzatino. “Diana, in che maniera? Lo vuoi in umido, con pomodori e piselli… Come lo vuoi?”. “Papà, col sugo”. E giù una caterva di ammaestramenti: il sedano bianco, la cipolla bianca, il soffritto, il vino buono, scotta la carne…».
Quindi non avrebbe problemi a riciclarsi in un secondo lavoro?
«Aprirebbe subito un agriturismo, con tanti animali da cortile come piacciono a lui e come sua madre tiene ancora a Bagnolo di Po, alle porte di Rovigo. Ci va appena può, almeno due volte al mese. Ma questo lavoro gli piace troppo e quando dice “ancora cinque anni poi vado in pensione”, non gli crede nessuno. Ha già messo gli occhi su due nuove ragazze da lanciare, in cui crede a occhi chiusi. Come ha fatto con Aida. Come ha fatto con la Santarelli. Non posso far nomi, mi ucciderebbe. Ma sono certa: mio padre risorgerà più forte di prima. E in ogni caso, qualunque cosa succeda, io resterò sempre al suo fianco».
Giorgio Caldonazzo per Visto n° 45 del 09/11/2007